Tutti comunichiamo, non possiamo fare a meno di esprimerci attraverso cenni, sguardi, movimenti, immagini. In ogni parola c’è un significato preciso e siamo talmente immedesimati con il nostro modo di comunicare che diamo per scontato che esso sia compreso sempre e comunque da chi ci è di fronte. Comunicare vuol dire passare ad altri dei significati, senza significati non esisterebbe la comunicazione, così come nessun significato potrebbe mai trasferirsi senza la comunicazione. Il significato e coloro i quali lo ricevono e lo trasferiscono sono, quindi, insiti in essa, ci sono dentro, ne fanno parte integrante, e la necessità di comunicare ha da sempre indotto l’uomo ad individuare forme e caratteristiche di estrinsecazione del proprio pensiero al passo con i tempi. Migliaia di anni fa si comunicava incidendo le pietre e la difficoltà e la pesantezza di questa tecnica rendeva obbligatorio condensare in un semplice simbolo, in una comune figura, dei significati compiuti il cui problema era quello di dover essere decifrati. Oggi possiamo entrare in contatto con tantissime persone attraverso strumenti rapidi e semplicissimi, ma se la tecnologia è imprescindibile e ci fa comunicare con efficacia in relazione ai bisogni dei nostri tempi, di sicuro non può aiutarci in quello che è il reale problema della comunicazione: la metabolizzazione del messaggio. La facilità di contatto, il desiderio di apparire, la presunzione che sia facile esprimersi, hanno assorbito la dimensione principale del concetto di “comunicazione” e troppo spesso lo hanno fatto a discapito della qualità dei contenuti, della profondità dei concetti, del significato. Scegliere cosa dire è esclusivo appannaggio di chi ha a disposizione la tecnologia e sta solo a noi decidere se usarla per “trasferire significati” o per “diffondere frasi”, magari mediaticamente ad effetto ma spesso poco consapevoli o addirittura inutili.

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